Ecco tre libri che esaminano la storia delle intelligenze artificiali quale passo ineludibile per capire il presente. Le macchine intelligenti sono entrate nelle nostre vite, ma non sono come ce le aspettavamo: fanno molte delle cose che volevamo, e anche qualcuna in più, ma ci possono comprendere e noi non possiamo ragionare con loro, perché il loro comportamento è guidato da relazioni statistiche ricavate da quantità sovrumane di dati. Eppure, in certi casi, possono essere più potenti di noi: ci osservano continuamente, interagiscono con noi, influenzano i nostri comportamenti, si presentano sotto sembianze umane e prendono decisioni al nostro posto.

Per Nello Cristianini (docente universitario di “Intelligenza Artificiale presso l’Università” di Bath) [“La Scorciatoia, Come le macchine sono diventate intelligenti senza pensare in modo umano” Il Mulino, 2023, 215 pp. ] — la scorciatoia non è una semplice metafora, ma la descrizione di un metodo algoritmico. L’IA trova soluzioni efficienti (appunto, scorciatoie) ottimizzando obiettivi specifici, ma senza comprenderne il contesto o il significato più ampio. Ciò smaschera il paradosso centrale dell’IA moderna: la sua incredibile efficacia è sganciata dalla comprensione, creando sistemi potenti ma fragili quando applicati a problemi sociali complessi. Testo divulgativo di altissimo livello, ma assolutamente comprensibile anche per un lettore non esperto, fornisce una ottima sintesi storica che illumina i problemi odierni. Gli attuali sistemi di IA sono il risultato di un secolo di ricerche, passando dall’illusione di poter duplicare l’intelligenza umana, attraverso fallimenti, cambi di paradigmi scientifici e “lunghi inverni”, fino alle attuali scorciatoie. L’apprendimento automatico consiste in “metodi per imparare regole logiche dagli esempi” (p.37) e così, grazie alla disponibilità di miliardi di dati, è stata possibile “l’inferenza empirica” (p.52). Tale approccio ha portato allo sviluppo di sistemi di correzione automatica, traduzione e scrittura che funzionano senza alcuna grammatica, anzi ha permesso letteralmente di licenziare i linguisti dai progetti di IA. L’autore esamina criticamente la logica di Amazon e dei social network, descrivendo fenomeni come le “spintarelle” comportamentali e le discriminazioni predittive. Anni fa ci saremmo forse immaginati un medico automatico, o forse un autista. Invece il primo agente intelligente che abbiamo accolto nelle nostre vite è incaricato di selezionare le notizia che leggiamo e il nostro intrattenimento. Che cosa sappiamo di questo agente?” (p.42). Soprattutto si chiede come ci può influenzare questo agente. Questa idea originale di Jeff Bezos di “avere un negozio per ciascun cliente non è però appropriata quando applicata alle notizie o ad alcun tipo di contenuto in generale.” (p.148). L’aspetto inquietante è che “le persone svolgono le faccende di routine e i sistemi digitali decidono gli obiettivi” (p.171). Sia che si considerino le IA sistemi di raccomandazione, sia che si considerino sistemi di controllo, è indubbio che influenzino i comportamenti umani. Questo non ha solo un effetto immediato che ci induce a comprare o consumare qualcosa, ma ha effetti (definiti di secondo ordine) più profondi sulle nostre convinzioni, di cui non siamo ancora consapevoli. L’autore ritiene che “convivere in sicurezza con questa tecnologia” sia una richiesta irrinunciabile ed etica, proponendo l’urgenza di garantire una convivenza sicura con questa tecnologia tramite l’ispezionabilità dei sistemi.
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Con un taglio radicalmente anti-sistemico, la breve analisi di Renato Curcio [“Intelligenze artificiali e intelligenze sociali”, Sensibili alle foglie, 2024, 115 pp.] contrappone nettamente i miliardi di intelligenze umane, uniche e diverse, alle poche intelligenze artificiali, asservite e asserventi, etno-classiste e finalizzate al profitto dei loro proprietari. Secondo l’autore, queste tecnologie “non pensano ma chi le fa operare persegue il paradossale obiettivo di volere ‘far pensare’ gli umani secondo i loro schermi” (p.57). Anche le recenti applicazioni in campo bellico delle IA non mantengono ciò che promettono: anziché una diminuzione degli impatti letali sulla popolazione civile, il sistema israeliano ha adottato la strategia con il primo laboratorio sul campo dell’applicazione delle IA. Obiettivo è diventato il “distribuire morte con una valutazione algoritmica” (p.57) in cui gli effetti collaterali sono preventivamente calcolati come rischi da correre, per cui pur di ammazzare alcuni presunti terroristi, le macchine stabiliscono obiettivi civili. A questa visione, Curcio contrappone l’idea di una general intelligence, un’intelligenza sociale e cooperativa promossa dalle lotte dei lavoratori delle Big Tech richiedendo una riflessione critica sull’urgenza di riallineare la ricerca sociale alla salvaguardia prioritaria del vivente, apertamente minacciato dalla sussunzione di ogni sfera vitale sotto la logica della razionalità tecno-scientifica del capitalismo cibernetico. Se una critica può essere avanzata, è che le modalità socio-politiche di riappropriazione umana della tecnica risultano ancora poco definite.
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Il libro di Daniel Andler (filosofo della scienza alla Sorbonne), [“Il duplice enigma, Intelligenza artificiale e intelligenza umana” Einaudi, 2024, 396 pp.], descrive l’intelligenza artificiale come sistema, preferendo l’acronimo SAI (Sistema Artificiale Intelligente) alla metafora fuorviante di IA. Il saggio offre una disamina sobria e profonda dei limiti dei SAI rispetto all’intelligenza umana, che rimane embodied, situata e sociale. Anche Andler ripercorre la storia del grande progetto di “meccanizzazione del pensiero” (p.39), sottolineando come, nonostante i progressi, la distanza tra l’IA e l’obiettivo di riprodurre l’intelligenza umana non diminuisca, anzi aumenti. Per superare l’enigma di cosa sia questa intelligenza artificiale, secondo Andler è necessario risolvere un secondo enigma: comprendere cosa sia l’intelligenza umana. La sua tesi di fondo è che, mentre per i sistemi macchinici “intelligente” è solo ciò che risolve problemi, l’intelligenza umana non può essere ridotta a tale capacità. Essa riguarda piuttosto la capacità di giudizio, ovvero il modo in cui gli esseri umani fronteggiano le situazioni di qualsiasi genere. Andler, inoltre, avvicina l’intelligenza umana a quella di altri esseri viventi, notando come “la coscienza, lo scopo, l’intenzione non si manifestano alla stessa maniera in tutte le specie animali” (p. 263). Solo confrontando l’umano con i suoi parenti biologici possiamo comprendere cosa lo distingua. Un sistema artificiale “intelligente” non conosce le situazioni, ma soltanto i problemi che gli sottopongono gli operatori umani. Pertanto, solo nel problem solving l’intelligenza artificiale può superare quella umana, che è la sola capace di risolvere una varietà sempre più ampia di pressanti problemi etici. Le IA, conclude, devono essere messe al servizio di valori come il lavoro, la democrazia, la giustizia e l’etica. Una critica può essere avanzata: purtroppo l’autore non sviluppa abbastanza le suggestioni sui legami tra intelligenza e giudizio umano verso alcuni confini dell’etologia contemporanea dove gli animali sentono, provano emozioni, usano lingue e persino contemplano il bello.
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Sono tre testi molto diversi, che ripropongono in modo differente la centralità dell’umano anziché la trita indistinzione tra umano e macchina. Ciascuno con il proprio approccio (ingegneristico, socio-politico, filosofico), smonta le narrazioni dominanti sull’IA, rifiutando di concepirla come un fato ineluttabile. Sono tre testi che hanno il merito di obbligare chi legge a farsi un’idea propria, spostando il dibattito dalla tecnofilia vs tecnofobia a una critica concreta che vede l’intelligenza artificiale per ciò che è: un arte-fatto, un prodotto umano, e pertanto dall’umano governabile.