Esci da quella stanza. Come e perché riportare i nostri figli nel mondo

Gen 22, 2026 | Recensioni

ALBERTO PELLAI, BARBARA TAMBORINI

Mondadori, Milano. 2025

Il libro affronta l’emergenza educativa della dipendenza digitale di bambini e ragazzi. Gli autori, Alberto Pellai e Barbara Tamborini, noti esperti del settore, analizzano gli effetti della deprivazione sociale degli adolescenti e i danni sullo sviluppo cerebrale, sulle relazioni e sulla gestione emotiva. Il punto di partenza è una riflessione sulla soglia della camera dei figli: oggi quella porta non è più un semplice passaggio, ma appare come un portone blindato, dietro cui i ragazzi restano immersi in una luce blu perenne. Mentre un tempo il problema dei genitori era stabilire l’orario di rientro a casa perché “la casa non era un albergo”, oggi il nuovo motto è diventato drammaticamente: “Esci da quella stanza!”.

Una mutazione antropologica e la trappola dei social

Siamo di fronte a “una vera e propria mutazione antropologica dell’infanzia e dell’adolescenza, che ha serie ripercussioni sulla salute dei nostri figli e sul nuovo progetto di vita” (p. 5). Gli autori evidenziano come i social media abbiano generato processi altamente disfunzionali che, con un effetto domino, hanno intrappolato i ragazzi nelle maglie della dipendenza e dell’ansia sociale.

Questi fenomeni spingono a una permanenza forzata in rete, nello spazio ristretto della propria cameretta: “I social media hanno generato alcuni processi altamente disfunzionali che con un effetto domino hanno intrappolato i nostri figli e figlie dentro le maglie della dipendenza e dell’ansa sociale, due fenomeni che spingono a una permanenza reiterata e forzata nello spazio ristretto della propria cameretta e che riducono il desiderio, la propensione e la motivazione all’uscita nel mondo esterno.” (p. 122).

In questo contesto, i giovani sono messi al lavoro “per costruire un’immagine di sé funzionale all’approvazione degli altri, in un processo di continua falsificazione del proprio sé, reso conforme ai dettami e agli stereotipi imperanti” (p. 125). Questo processo ostacola la creazione identitaria, portando a una deprivazione sociale già lucidamente analizzata da Jean Twenge nel suo saggio Iperconnessi. Questa generazione si trova così sguarnita di “allenamento” sul fronte delle competenze sociali e interpersonali.

Il mercato dell’intrattenimento e l’allarme sanitario

Il testo punta il dito contro il mercato globale delle aziende di videogiochi e delle Big Tech. Viene sottolineato con forza che “in questo momento il mondo sta spendendo in videogiochi tanto quanto spende, complessivamente, in libri, film e musica” (p. 76). Tutto ciò avviene senza visibilità, con dinamiche simili a quelle dell’industria della pornografia. Senza mezzi termini si spiega perché queste Big Tech vogliano creare dipendenza agganciando i fruitori con tecniche di marketing che modificano il sistema dopaminergico.

L’allarme ha ormai raggiunto i massimi livelli istituzionali, il libro ha anche i meriti di ricordarci la storia recente: si cita la lettera del Presidente degli Stati Uniti al Wall Street Journal per chiedere un fronte comune contro gli abusi delle Big Tech che promuovono contenuti minacciosi per la salute mentale dei minori. Viene inoltre richiamata la posizione del Surgeon General degli Stati Uniti, che ha chiesto al governo federale di regolamentare i social media con lo stesso rigore usato per il tabacco (pp. 112 sgg).

 

Proposte educative per genitori iperprotettivi

Un tema centrale è la figura dei genitori del terzo millennio, descritti come “quelli più spaventati e al tempo stesso più protettivi” (p. 88). Spesso incapaci di gestire le proprie ansie, alimentate dai media e dalla cronaca nera, i genitori hanno smesso di allenare i figli all’autonomia: pochi ragazzi sanno andare in bicicletta o percorrono il tragitto casa-scuola da soli, considerati “inabili” a spostarsi senza essere accompagnati. Questo clima di protezione eccessiva impedisce ai giovani di affrontare il “rischio funzionale” necessario alla crescita.

Il libro non è solo un grido d’allarme, ma offre una “cassetta degli attrezzi” per ricostruire relazioni autentiche. Si richiama il gioco come l’ambiente di crescita per eccellenza (pp. 132 sgg), e si sollecitano gli adulti a seguire linee guida stringenti per la “supervisione e limitazione costante del cosiddetto screen time (tempo schermo)” (p. 136).

Gli autori sostengono con decisione che “una certa dose di obblighi e divieti faccia bene alla crescita” (p. 178). Tra i consigli pratici per riportare i figli nel mondo reale propongono una  lunga lista di attività: creare occasioni di “fare insieme” in famiglia e nella comunità; riscoprire il pranzo condiviso; invitare gli amici a casa; godersi una serata cinema per tutta la famiglia; incentivare esperienze di volontariato; curare i legami; fare gite, viaggi e giochi di società; promuovere la spiritualità, intesa come “la capacità di volgere il pensiero a ciò che ci trascende, indipendentemente dal nostro credo” (p. 186); infine, si auspica un intervento legislativo che estenda i divieti d’uso degli smartphone, creando vere e proprie “zone smartphone free” fino al termine della scuola secondaria (p. 126).

Esci da quella stanza è un manuale necessario che invita a recuperare il senso del termine “educare”, trarre fuori. Il pregio del libro è non demonizzare la tecnologia, ma offrire il coraggio di non arrendersi ad essa come unico linguaggio centrando il problema pedagogico cruciale della nostra epoca: l’isolamento individualistico amplificato dall’uso prolungato di schermi. Educare richiede tempo: tempo per ascoltare, per camminare senza meta e per testimoniare con l’esempio che la vita vera accade fuori dallo schermo, nel varco sottile tra la libertà dei figli e indicazioni dei genitori.

Simone Lanza