Effetti degli schermi sul cervello, la parola alla biologa Conti

Lug 13, 2026 | Notizie

Sulla rivista Infanzia, la pedagogista Ivana Bolognesi — docente di Pedagogia sociale e interculturale presso l’Università di Bologna — ha recentemente intervistato la biologa Daniela Conti, esperta di genetica molecolare e autrice di numerosi testi scientifici, per avviare un imprescindibile dialogo interdisciplinare sugli effetti del “tempo-schermo” nei primi anni di vita. L’obiettivo di questo confronto è unire le lenti della biologia e della pedagogia per comprendere come l’uso precoce di dispositivi digitali non sia solo una questione di abitudini educative, ma un fattore che incide profondamente sullo sviluppo molecolare e biologia del cervello infantile.

Il punto di partenza di questa analisi è l’epigenetica, la scienza che rivela come il nostro DNA non sia un programma fisso, ma un sistema dinamico che risponde costantemente agli stimoli ambientali. In questo senso, l’interazione con gli schermi agisce come un segnale esterno capace di modellare il funzionamento dei geni e la struttura stessa degli organi. Lo sviluppo neurale durante l’infanzia è importantissimo perché è un periodo di plasticità straordinaria in cui le esperienze vissute diventano parte dell’architettura cerebrale.

Particolarmente cruciale è la finestra temporale dei primi due anni di vita quando il cervello produce moltissime sinapsi: la connettività fra cellule nervose è la massima della vita, rendendo ogni stimolo ambientale assolutamente fondamentale. Al termine di questo periodo, nel resto dell’infanzia, il cervello attiva un processo biologico noto come “potatura” (pruning): per motivi di efficienza energetica, il sistema nervoso elimina i circuiti meno utilizzati per stabilizzare e rafforzare solo quelli effettivamente sollecitati dall’ambiente. Se un bambino è stato esposto prevalentemente a stimoli audio-visivi, di luci e suoni digitali veloci il suo cervello “poterà” i rami legati ad altre esperienze più complesse a favore di circuiti meno evoluti.

Le evidenze scientifiche a supporto di queste preoccupazioni sono solide. Studi longitudinali indicano che un tempo-schermo superiore all’ora giornaliera influisce negativamente sullo sviluppo del linguaggio, sulle abilità motorie e sulla capacità di risoluzione dei problemi. Ricerche effettuate con la spettroscopia funzionale nel vicino infrarosso (fNIRS) hanno inoltre dimostrato che i bambini con un uso elevato di dispositivi mostrano una minore attività nella corteccia cerebrale prefrontale, l’area deputata al controllo inibitorio. Questo deficit si traduce in una maggiore difficoltà nel rinunciare a una gratificazione immediata a favore di obiettivi a lungo termine.

A livello chimico infatti, gli schermi interagiscono direttamente con i circuiti dopaminergici del piacere e della ricompensa, gli stessi coinvolti nelle dipendenze da sostanze. La dopamina genera una sensazione gratificante che spinge il bambino a cercare ripetutamente lo stimolo digitale, innescando un circolo vizioso che può portare a vere e proprie crisi di rabbia o frustrazione quando il dispositivo viene rimosso. Fenomeni come i video di “unboxing” esasperano questo meccanismo, stimolando continuamente il circolo aspettativa-sorpresa-piacere.

Infine, non va trascurato l’impatto sui ritmi circadiani. La luce blu emessa dai dispositivi interferisce con l’orologio biologico interno, inibendo la produzione di melatonina e alterando l’alternanza sonno-veglia. Questo squilibrio non solo danneggia il riposo, ma compromette anche la concentrazione e l’apprendimento diurno.

In conclusione, la prospettiva biologica suggerisce che per uno sviluppo armonioso sia essenziale preservare il corpo e i sensi dall’esposizione precoce e prolungata, privilegiando attività fisiche, manuali e all’aperto, capaci di attivare reti neurali di una complessità che nessuno schermo può eguagliare.

Si ringrazia la rivista per avere messo a disposizione gratuitamente la versione integrale dell’intervista a questo link