Il divieto per i social media sotto i 16 anni in Australia: cosa ci dicono i primi dati

Lug 14, 2026 | Notizie

A oltre sei mesi dall’introduzione del Social Media Minimum Age Act, la legge sul divieto ai social media sotto i 16 anni in Australia, sono disponibili i primi dati sugli effetti del provvedimento. Se nel gennaio 2026 erano stati rimossi 4,7 milioni di account riconducibili a utenti al di sotto del 16 anni, un primo report di esafety.gov, uscito nel marzo scorso, registrava un’ulteriore rimozione di oltre 300mila account ed evidenziava un impegno insufficiente, da parte di alcuni servizi coinvolti, sul fronte di un’efficace verifica dell’età.

Un articolo pubblicato dal British Medical Journal nel giugno scorso, molto citato dai media nostrani, arrivava a conclusioni più critiche sull’efficacia del divieto. Lo studio era stato condotto a tre mesi dall’introduzione del divieto attraverso interviste fatte ad adolescenti tra i 12 e i 16 anni, prima e dopo l’entrata in vigore della legislazione. L’85% degli interpellati usava ancora almeno uno dei social media vietati alla sua età, soltanto il 66% dichiarava di essere stato sottoposto a una verifica dell’età e in molti casi tale verifica si basava su un’autodichiarazione. Il divieto risultava facilmente aggirabile con la creazione di account falsi, che riportavano un’età diversa, o con l’utilizzo di browser in incognito; soltanto in rari casi si era fatto ricorso a una VPN.

Un cambiamento leggermente più rilevante si registrava nella fascia d’età tra i 14 e i 15 anni, con un numero maggiore di account rimossi e questo lascia supporre che un impatto significativo si possa riscontrare con verifiche successive.
Se lo studio è stato utilizzato in modo un po’ sbrigativo per sancire l’inefficacia del divieto, in realtà sono gli stessi ricercatori, nelle conclusioni, a invitare alla cautela, visto che è irrealistico pensare che un comportamento ormai abituale, come la frequentazione dei social media possa cambiare radicalmente nel giro di un tempo così breve come quello preso in esame. Piuttosto l’appello è a un
maggiore impegno delle piattaforme nell’effettiva verifica dell’età, mentre si rimanda a ulteriori ricerche da svolgere regolarmente su nuovi dati. “I risultati di questo studio – concludevano gli autori – forniscono importanti indicazioni preliminari che possono guidare il perfezionamento delle politiche governative e le azioni future volte a promuovere la salute e il benessere”.

Alla stessa cautela nel trarre affrettate conclusioni negative sul divieto richiamava anche Alberto Pellai, membro del comitato consultivo dei Patti Digitali, in un commento su Avvenire. Lo psicologo e psicoterapeuta invitava a considerare come sia molto forte la resistenza al cambiamento comportamentale, “soprattutto se quel comportamento porta con sé il vantaggio della gratificazione dopaminergica, come avviene in tutte le forme di dipendenza e come succede quando entriamo nelle piattaforme online”.

Il cambiamento avvenuto, la rimozione di 5 milioni di account e l’abbandono dei social da parte di circa il 30% degli adolescenti sotto i 16 anni, è tutt’altro che irrilevante, e può aprire la strada a un effettivo impatto positivo sulla salute mentale dei giovani.