
Einaudi, Torino 2018. v. or., iGen, Atria Books, New York, 2017.
Il saggio Iperconnessi della psicologa e sociologa Jean M. Twenge rappresenta un contributo fondamentale al dibattito sull’impatto della rivoluzione digitale sulle giovani generazioni, anticipando i temi di Haidt. Pubblicato nel 2017, il libro costruisce una tesi pioneristica supportata da molti dati quantitativi ma soprattutto qualitativi: l’avvento dello smartphone, diffusosi capillarmente attorno dal 2012, non è stato un semplice cambiamento tecnologico, ma un vero e proprio evento generazionale che ha plasmato un’identità nuova, modificando valori fondamentali. L’iperconnessione ha riorganizzato la quotidianità, i ritmi di maturazione e la salute mentale dei ragazzi. Spesso nella storia succede che chi analizza alcuni eventi osservandoli al momento della loro nascita riesce a coglierne maggiormente le implicazioni sociologiche profonde di chi lo fa successivamente, e questo è il caso anche di questo studio ancora attualissimo.
La base empirica e la metodologia
La forza dell’analisi di Twenge risiede nella capacità di interpretare i vissuti degli adolescenti negli Stati Uniti, intercettando linee di tendenza rivelatesi veritiere anni dopo. La sociologa ha incrociato le testimonianze con importanti ricerche longitudinali e con i sondaggi anonimi “Monitoring the Future” (Mtf), che offrono una valutazione dei sintomi depressivi sul lungo periodo. A questi dati quantitativi, Twenge affianca interviste e focus group, mostrando chiare correlazioni statistiche tra l’aumento del tempo schermo e specifici trend sociali. Questa metodologia rigorosa conferisce peso alla tesi centrale: lo smartphone e i social media hanno radicalmente riorganizzato l’esperienza dell’adolescenza.
I tratti distintivi: sicurezza fisica e fragilità psicologica
Dall’analisi dei dati emerge una generazione che fa “tutto più tardi” rispetto ai Millennial: ottiene la patente, esce la sera senza genitori, frequenta appuntamenti e ha rapporti sessuali in età più avanzata. Si tratta di una generazione fisicamente più sicura, con tassi in calo di incidenti automobilistici, meno gravidanze adolescenziali e minor abuso di sostanze. Gli adolescenti non bevono, usano meno droghe e fanno meno sesso, ma vanno anche meno alle feste e interagiscono meno con i loro pari.
Tuttavia, la sicurezza materiale si accompagna a una fragilità psicologica senza precedenti. Twenge documenta un’impennata drammatica, specialmente tra le ragazze, di depressione, ansia, solitudine e tentativi di suicidio, cresciuti in sincronia con la diffusione di smartphone e social media. Il paradosso evidenziato dall’autrice è brutale: mai così al sicuro, mai così infelici. La rete ha preso il sopravvento sui rapporti faccia a faccia, condizionando la nuova generazione e rendendola più ansiosa, immatura e infantile.
Il meccanismo della sostituzione e l’isolamento sociale
Il meccanismo disfunzionale primario è il processo di sostituzione. Le interazioni faccia a faccia, le uscite e lo “stare insieme” fisicamente sono state sostituite dalla comunicazione digitale. Twenge osserva che “in quindici anni il numero degli adolescenti che si vedono con gli amici ogni giorno si è dimezzato”. I ragazzi interagiscono molto meno di persona, non soltanto “per fare feste e follie, ma anche per incontrarsi, uscire e passare del tempo insieme” (p. 104).
In questa generazione, “l’amicizia online ha preso il posto di quella offline” (p. 109). Questa trasformazione priva i ragazzi del laboratorio essenziale per affinare abilità sociali complesse come il linguaggio del corpo, il tono della voce e la gestione dei conflitti. Esiste il rischio concreto che “nel prossimo decennio potremmo ritrovarci con più giovani che conoscono l’emoji giusto per ogni situazione… ma non la giusta espressione del volto” (p. 131). La connessione permanente genera isolamento e costante paura di essere esclusi (FOMO).
L’autrice precisa che non è il tempo schermo di per sé a portare all’isolamento, poiché i ragazzi più socievoli lo sono in entrambi gli ambienti. Tuttavia, poiché gli adolescenti come gruppo trascorrono più tempo davanti a uno schermo e meno con persone in carne ed ossa, mediamente la solitudine aumenta. I dati indicano che l’uso dei social media è “effettivamente causa di infelicità” (p. 114).
Si aggiunge la pressione di una società che promuove una “positività implacabile”. Sui social si mostrano solo momenti felici; nei selfie tutti sorridono. “Tanti pubblicano in rete soltanto i loro successi, quindi molti adolescenti non si rendono conto che anche i loro amici sbagliano a volte” (p. 142). Questa cultura alimenta insicurezza e senso di inadeguatezza. Inoltre, l’uso dei dispositivi erode la qualità del sonno, poiché i ragazzi portano spesso gli smartphone a letto, contribuendo all’aumento dell’insonnia.
Cambiamenti nella sessualità e nelle relazioni
Il tempo schermo sta cambiando la sessualità. Di fronte a una “generazione porno”, cresciuta con l’accesso a contenuti espliciti, Twenge riflette: “È difficile dimostrare che un maggior consumo della pornografia abbia portato a meno sesso… ma a quanto pare esiste un segmento misurabile della popolazione per cui il sesso reale non sembra necessario” (p. 270).
Questa generazione fa meno sesso e ha meno relazioni stabili: alla fine delle superiori la percentuale di adolescenti che hanno una relazione sentimentale si è dimezzata. Emerge la “cultura hookup”, basata sull’idea che provare sentimenti durante il sesso non sia positivo, rovesciando la prospettiva poetica “Meglio aver amato e perso / Che non aver amato mai” (p. 274). Legato all’individualismo estremo, l’interagire con la gente è vissuto come “spossante”, e le avventure devono garantire una gratificazione istantanea senza il rischio di “dipendere da qualcun altro” o occuparsi dei problemi altrui (p. 274).
“Questa paura dell’intimità, di mostrarsi per quel che si è veramente, è una delle ragioni per cui le avventure capitano quasi sempre quando entrambe le persone coinvolte sono ubriache” (p. 274). L’alcol serve perché “è più divertente e basta. Riesci a riderci sopra e a godertela senza imbarazzo” (p. 274). Tuttavia, emerge una forte contraddizione: il 75% degli studenti avrebbe voluto una storia d’amore seria, ma lo stesso 75% ritiene che gli altri vogliano solo avventure veloci (p. 275).
Il paradosso continua nelle aspirazioni a lungo termine. Sebbene questa generazione continui a ritenere il matrimonio un obiettivo, le priorità sono cambiate. Nel 1976 lo scopo principale per uno studente delle superiori era un buon matrimonio e una buona vita familiare. Nel 2011 questo obiettivo è scivolato al quarto posto, superato da lavoro stabile, successo professionale e sicurezza economica per i figli (p. 279). Questa generazione appare così come una generazione più ansiosa, conformista e pragmatica nelle preoccupazioni economiche.
Il lavoro di Twenge ha il merito di aver sistematizzato una mole enorme di dati, offrendo una base fattuale larga ma soprattutto di aver interpretato i nuovi vissuti giovanili. La critica dei detrattori aveva fin da subito puntato sul rischio di determinismo tecnologico: attribuire quasi tutti i cambiamenti allo smartphone rischia di sottovalutare la recessione del 2008, il cambiamento climatico, la polarizzazione politica e le pressioni accademiche. Eppure a quasi dieci anni di distanza moltissime linee di tendenza sono state supportate da evidenze empiriche ben maggiori non solo negli Usa ma in tutto il mondo, come i nessi tra social e depressione approfonditi da Haidt. Jean Twenge è una ricercatrice che sostiene attivamente reti internazionali di patti tra i genitori e promuove leggi che tutelano i diritti dei minori alla protezione digitale, con soluzioni positive, come quelle del suo ultimo libro: 10 Rules for Raising Kids in a High-Tech World.
Le sue intuizioni hanno messo per prime il dito nella piaga: schermi e individualismo si sostengono e amplificano a vicenda e stanno scolpendo le nuove generazioni in profondità. Un testo assolutamente sempre più attuale.