Stefano Vicari: La navigazione in rete è una questione di salute pubblica

Set 29, 2026 | Notizie

Il Prof. Stefano Vicari è Direttore dell’Unità Operativa di Neuropsichiatria dell’Infanzia e dell’Adolescenza dell’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù di Roma e Professore Ordinario presso l’Università Cattolica del Sacro Cuore. È autore del saggio Adolescenti interrotti. Intercettare il disagio prima che sia tardi (Feltrinelli). Gli abbiamo chiesto di delineare un quadro dei problemi di salute mentale di bambini e adolescenti, con particolare attenzione all’iperconnessione e all’uso problematico di smartphone, internet e social media.

Redazione Patti Digitali: «Nel suo saggio Adolescenti interrotti (Feltrinelli 2025) parla di una generazione che già prima del Covid manifestava segnali importanti di malessere. Qual è oggi il volto concreto di questa sofferenza giovanile e quali sono i disturbi principali?»

Prof. Stefano Vicari: «Come neuropsichiatra infantile mi occupo anche di emergenze psichiatriche all’Ospedale Bambino Gesù. Insieme a molti colleghi avvertiamo il dovere di sottolineare il forte aumento delle richieste di aiuto da parte delle famiglie. I nostri dati danno la misura del fenomeno: nel 2011-2012 accoglievamo in pronto soccorso circa 230 ragazzi l’anno, tre o quattro alla settimana, per emergenze psichiatriche. Nel 2019 siamo passati a oltre mille accessi, circa tre al giorno, mentre nel 2025 abbiamo superato quota 1.600, quasi cinque al giorno. Gli accessi sono quindi diventati quasi sette volte quelli di quindici anni fa.

Naturalmente non tutti i giovani che manifestano un disagio hanno un disturbo psichiatrico. Ma i dati epidemiologici ci dicono che i disturbi mentali riguardano una quota rilevante della popolazione in età evolutiva e interessano circa un adolescente su sette. Ansia, depressione, disturbi del comportamento alimentare, autolesionismo e comportamenti suicidari rappresentano oggi una parte importante della domanda di cura. La salute mentale è diventata uno dei grandi temi di salute dell’infanzia e soprattutto dell’adolescenza.»

Redazione Patti Digitali: «Di fronte a un aumento così marcato delle richieste di aiuto, come vanno interpretati questi dati?»

SV: «Anzitutto prendendone atto. A fronte di una crescita così importante della domanda, la risposta dei servizi non è aumentata in modo proporzionale. In molte aree del Paese i servizi territoriali di neuropsichiatria infantile sono insufficienti e i posti letto dedicati alle emergenze psichiatriche in età evolutiva restano pochi. Dobbiamo poi chiederci perché la sofferenza mentale tra bambini e adolescenti sia aumentata. Non esiste una causa unica. I disturbi mentali sono multifattoriali e derivano dall’interazione tra vulnerabilità individuali, fattori biologici, familiari, sociali e ambientali. Cercare una sola spiegazione rischia di essere scientificamente sbagliato e, soprattutto, poco utile.»

Redazione Patti Digitali: «Molti studiosi hanno rilevato una concomitanza tra l’aumento del disagio giovanile e la diffusione capillare dello smartphone e dei social media, soprattutto a partire dal decennio scorso. Jonathan Haidt, per esempio, in La generazione ansiosa attribuisce a questa trasformazione un peso importante. Qual è la sua posizione scientifica sul rapporto tra digitale e salute mentale?»

SV: «Su questo punto bisogna essere molto chiari, evitando sia di demonizzare la tecnologia sia di sottovalutarne i rischi. La letteratura scientifica documenta un’associazione tra alcune modalità di utilizzo del digitale e diversi indicatori di malessere psicologico, ma non consente di sostenere che lo smartphone sia, da solo, la causa dell’aumento dei disturbi mentali. Conta certamente il tempo trascorso online, ma conta ancora di più come quel tempo viene utilizzato. L’uso problematico dello smartphone è associato a maggiori sintomi ansiosi e depressivi e a una peggiore qualità del sonno. Il rapporto, inoltre, può essere bidirezionale: un ragazzo depresso o socialmente isolato può rifugiarsi maggiormente nella rete, mentre un utilizzo problematico può a sua volta contribuire a peggiorarne il funzionamento quotidiano. Per questo considero l’uso sregolato del digitale uno dei fattori di rischio modificabili sui quali possiamo intervenire, non la spiegazione unica della sofferenza degli adolescenti.

Pensiamo alle conseguenze indirette. Se molte ore trascorse davanti a uno schermo sottraggono tempo al movimento, al gioco, alla lettura, alle relazioni e al sonno, vengono meno attività importanti per lo sviluppo. Nei casi più gravi che incontriamo clinicamente, alcuni adolescenti trascorrono online gran parte della giornata e continuano a utilizzare lo smartphone durante la notte per controllare messaggi e notifiche. L’uso serale e notturno dei dispositivi è associato a un sonno più tardivo e, soprattutto quando diventa problematico, a una peggiore qualità del riposo.

Poi c’è il problema dei contenuti. Il cyberbullismo può amplificare enormemente la portata dell’aggressione perché la vittima non trova più un luogo o un momento in cui sottrarsi. Vi sono poi l’esposizione a contenuti autolesivi, violenti o estremi e l’accesso molto precoce alla pornografia. Nella pratica clinica incontriamo anche ragazzi molto giovani con un rapporto compulsivo e difficile da controllare con i contenuti pornografici. Sono fenomeni che non possono essere ignorati.»

Redazione Patti Digitali: «Un’altra problematica collegata all’iperconnessione riguarda i videogiochi. Giocare non è di per sé negativo, ma in una minoranza di ragazzi può diventare un comportamento patologico. Com’è la situazione?»

SV: «Il gaming è un capitolo importante e bisogna anche qui evitare generalizzazioni. Giocare può essere un’attività ricreativa, sociale e perfino utile in alcuni contesti. Il problema nasce quando perde questa funzione e diventa difficilmente controllabile, prende progressivamente il posto della scuola, del sonno, delle relazioni e delle altre attività della giornata e continua nonostante conseguenze negative importanti. Il gaming disorder è oggi una condizione clinica riconosciuta a livello internazionale. Le meta-analisi indicano che riguarda una minoranza significativa di bambini e adolescenti, anche se le stime variano molto a seconda dei Paesi e degli strumenti utilizzati. Particolare attenzione meritano inoltre alcuni meccanismi di monetizzazione presenti nei videogiochi, soprattutto quando introducono acquisti ripetuti o elementi simili al gioco d’azzardo. Nei minori è essenziale che vi sia una supervisione adulta. Più in generale, l’uso problematico di internet e gaming può associarsi ad altre condizioni di vulnerabilità, così come all’uso precoce di alcol, cannabis o nicotina. Ansia, depressione, ritiro sociale e comportamenti autolesivi possono intrecciarsi con questi fenomeni. Proprio per questo dobbiamo evitare spiegazioni semplicistiche e valutare sempre il ragazzo nel suo insieme.»

Redazione Patti Digitali: «Sempre più strutture sanitarie stanno sviluppando percorsi dedicati all’uso problematico dei social media, di internet e al Gaming Disorder. Come si stanno evolvendo questi servizi in Italia?»

SV: «In Italia l’offerta di servizi sanitari specificamente dedicati all’età evolutiva resta limitata e soprattutto molto disomogenea. Non esiste ancora una rete strutturata e uniforme sul territorio nazionale. Per offrire una risposta concreta, all’Ospedale Bambino Gesù abbiamo attivato un ambulatorio dedicato ai bambini e agli adolescenti con uso problematico di internet e delle tecnologie digitali, che sarà operativo dal 1° ottobre. L’obiettivo non è semplicemente ridurre il numero di ore trascorse online, ma comprendere che cosa sta accadendo nella vita del ragazzo e intervenire sulle eventuali condizioni associate. Molto spesso, infatti, l’uso problematico della rete si intreccia con depressione, ansia, difficoltà relazionali e soprattutto ritiro sociale. Ci troviamo di fronte a ragazzi che smettono di frequentare la scuola, riducono progressivamente i rapporti con i coetanei, si chiudono in casa e trascorrono gran parte della giornata online. Di fronte a situazioni di questo tipo le famiglie possono sentirsi smarrite e impotenti. Il ruolo dei genitori resta centrale, ma servono servizi competenti e accessibili e una reale risposta del sistema sanitario.»

Redazione Patti Digitali: «Di fronte a questo scenario, come devono integrarsi la regolamentazione pubblica e l’azione educativa della comunità?»

SV: «L’uso della tecnologia e la navigazione in rete da parte dei minori non possono essere considerate soltanto una questione privata delle singole famiglie: sono anche una questione di salute pubblica. La tecnologia offre opportunità straordinarie, ma i minori hanno bisogno di una protezione diversa da quella degli adulti. Pensiamo all’automobile: è una tecnologia utilissima, ma nessun Paese ritiene che un bambino debba poterla utilizzare liberamente. Per guidare prevediamo un’età minima, regole, formazione e responsabilità precise. Anche nel digitale servono maggiori responsabilità da parte delle piattaforme, sistemi efficaci di verifica dell’età e regole capaci di proteggere bambini e adolescenti dall’accesso troppo precoce a determinati ambienti e contenuti. Non possiamo scaricare interamente sulle singole famiglie un problema che riguarda milioni di minori.»

Redazione Patti Digitali: «Quali regole pratiche ed educative dovrebbero darsi le famiglie per orientare i figli nell’uso della tecnologia?»

SV: «Proibire da solo non basta. Serve un’alleanza educativa tra adulti e ragazzi. Come indicazione prudenziale, e non come soglia biologica o clinica dimostrata, io suggerisco niente smartphone personale prima dei 13 anni e niente accesso autonomo ai social media prima dei 16 anni.

Quando si consegna uno smartphone personale, occorre stabilire da subito alcune regole condivise:

  • niente smartphone in camera durante la notte e un orario serale di spegnimento che protegga il sonno;
  • niente schermi a tavola durante i pasti, per preservare uno spazio di relazione familiare;
  • una supervisione iniziale attiva e proporzionata all’età su chat, applicazioni e piattaforme, i cui sistemi sono progettati per massimizzare il coinvolgimento e il tempo di permanenza.

Naturalmente le regole devono cambiare con la crescita. L’obiettivo non è controllare un adolescente per sempre, ma accompagnarlo progressivamente verso l’autonomia. Gli adulti devono insegnargli a utilizzare la tecnologia senza esserne utilizzato.»

Redazione Patti Digitali: «Quali sono i principali campanelli d’allarme che genitori ed educatori devono cogliere per distinguere un disagio transitorio da una sofferenza che richiede attenzione clinica?»

SV: «Il criterio fondamentale è il cambiamento rispetto al funzionamento abituale del ragazzo, soprattutto quando persiste nel tempo e comincia a compromettere la qualità della sua vita a scuola, nelle relazioni, nello sport o in famiglia. Dobbiamo prestare attenzione, per esempio, a un calo significativo del rendimento o all’evitamento della scuola, all’abbandono improvviso dello sport e degli interessi, al progressivo ritiro dagli amici, alla chiusura in camera, all’alterazione importante del ritmo sonno-veglia o dell’alimentazione, a una marcata irritabilità o a un cambiamento persistente del tono dell’umore. Non è il singolo pomeriggio trascorso chiusi in camera a doverci allarmare. È la persistenza del cambiamento, la sua intensità e soprattutto la perdita di funzionamento. Quando questi segnali durano nel tempo o diventano particolarmente intensi, è opportuno chiedere una valutazione al pediatra, allo psicologo o al neuropsichiatra infantile. E se compaiono autolesionismo, pensieri di morte o comportamenti suicidari non bisogna aspettare. Intercettare precocemente la sofferenza può modificare in modo importante la traiettoria di un ragazzo.»