“Partiamo dal fatto che lo smartphone è come una ‘cosa bella’, al primo impatto, che poi si trasforma in una gabbia con 1000 serrature, che per uscirne ci vogliono anni: alcuni mollano ancor prima di iniziare o non ci pensano neanche, altri ci provano ma con scarsi risultati, altri ancora ci riescono ma è come se una parte di loro fosse rimasta intrappolata in quella gabbia”. Sono le preziose parole di uno degli studenti della seconda media dell’I.C. Rosetta Rossi di Roma dove la docente di lettere Antonella Perna ha fatto un prezioso lavoro di raccolta delle parole autentiche dei suoi allievi sugli smartphone. Il lavoro, che è stato oggetto di un intervento durante la presentazione della Fondazione Patti Digitali il 13 aprile scorso alla Camera dei Deputati, era stato avviato per informare e sensibilizzare i ragazzi sull’impatto dello smartphone nella loro vita, e ha prodotto riflessioni che vanno ben oltre i luoghi comuni. I ragazzi hanno restituito un’analisi sociologica e psicologica realista, mettendo a nudo il paradosso della loro generazione, parlando in prima persona.
Le riflessioni non vertono solo sulla tecnologia ma soprattutto sugli effetti relazionali degli usi dello smartphone, evidenziando una solitudine collettiva, solo apparentemente paradossale, nell’era della condivisione. Uno studente osserva con amarezza che anche quando si esce, lo smartphone ruba il presente: “Invece di uscire con gli amici, si sta a casa a giocare con il telefono… O anche se si esce al parco dopo qualche minuto, ci si rimette con il telefono ognuno per conto proprio”.
Una critica profonda riguarda la distorsione della realtà. Per uno di loro, il danno non è marginale, ma esistenziale: “Secondo me lo smartphone non sta cambiando il modo di vivere e pensare, ma lo sta distruggendo… Ultimamente lo smartphone sta ‘uccidendo’ molte persone, soprattutto noi ragazzini; il telefono ci impedisce di distinguere la realtà dalla fantasia”.
In mezzo a queste testimonianze forti, emergono con chiarezza la voglia di riscatto e una empatica saggezza. I ragazzi sanno che la felicità è altrove. Come scrive un’alunna, “Credo che senza smartphone si vivrebbe meglio e che i ragazzi sarebbero più felici e molto, molto meno ansiosi”.
Non mancano consigli, sempre relazionali: “Voglio dare un consiglio ai ragazzi di oggi: non state tanto al cellulare, state di più con i vostri nonni che sono la cosa più preziosa dell’universo, perché non ci saranno per sempre, quindi godeteveli. Io ho perso mia nonna qualche anno fa e meno male che non avevo ancora il telefono, così me la sono goduta”.
Il lavoro della professoressa Perna – che potete scaricare interamente qui – mostra che ascoltare i ragazzi è il primo passo. Non sono nè vittime né entusiasti fruitori, ma protagonisti lucidi della loro epoca. Sta invece a noi adulti, come istituzioni e come famiglia, evitare che si lascino rinchiudere in quella gabbia di isolamento “dalle mille serrature “in cui le piattaforme, con il nostro tacito benestare, rischiano di farli restare intrappolati”.